L'orizzonte perduto
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L'orizzonte degli eventi è un film sulla memoria. Sul passato che 'perseguita' un uomo solo, pronto a tutto pur di dimenticare la sua storia personale, suo padre e perfino le differenze fondamentali tra l'uomo che è stato e quello che sarebbe voluto potere diventare. Un film amaro, duro, rarefatto, disperato. Un'opera intensa e coinvolgente in cui il talento di Vicari trova un'espressione perfetta in un Valerio Mastandrea alla sua interpretazione più matura e complessa. Una pellicola che - in qualche maniera - tutti coloro che oggi hanno tra i trenta e i quaranta anni - dovrebbero vedere. Per non dimenticare la storia recente del nostro paese.
Perché ha scelto un tono così rarefatto per la narrazione in questo film?
E' il favore che ho voluto fare allo spettatore di questo film. Il tono adottato nella narrazione consente al pubblico perfino di rifiutare questa pellicola. Se avessi scelto lo stile di Velocità Massima, lo spettatore non avrebbe avuto il tempo di capire quello cui stava assistendo. Sarebbe stato travolto...
Come ha lavorato?
In sottrazione. Togliendo la tensione del montaggio serrato.
Il protagonista è un figlio degli anni Novanta. Il passato non sembra lasciargli alcuno scampo...
Faccio parte di una generazione che avverte fortemente la necessità di constatare come la rottura con il nostro passato non ha portato, comunque, ad una sua elaborazione o - almeno - vera e propria digestione. Abbiamo solo preso le distanze da esso come se non ci riguardasse. Ad un decennio da Tangentopoli, questo fatto è diventato 'drammatico'. Quando non capisci da dove vieni non puoi che riprodurre gli stessi problemi.
Nella rimozione generale di quegli avvenimenti dalla coscienza collettiva di questa nazione, L'orizzonte degli eventi assume un valore particolare...
La classe dirigente di oggi non ha compreso la rottura che il nostro paese ha avuto con il passato recente. Tangentopoli è stata solo la punta dell'iceberg: quella più caciarona, rumorosa e folcloristica. Non comprendendo più quel passato, rischiamo di riprodurlo. L'acquiescenza con cui viviamo la guerra in Iraq nonostante tutte le manifestazioni di piazza ha qualcosa di mostruoso. Siamo un paese in guerra che non sembra esserlo...questa ambiguità a livello politico ha un forte riverbero anche sul piano sociale. Quando un’intera generazione molla, è in quel momento che succedono i disastri.
I due protagonisti stranieri sembrano esprimere le due facce dell'emigrazione in Italia...
Esattamente. Da un lato c'è una donna colta, cosmopolita che potrebbe vivere ovunque e che sceglie di lavorare in Italia. Dall'altra un povero pastore albanese costretto a vivere dove può tentare di sopravvivere.
All'interno del film c'è anche una donna che 'denuncia' idealmente il suo uomo: perché lo fa? Per gelosia? Per amore della verità?
La gelosia l'aiuta a capire quello che sta succedendo. Lei capisce quello che lui sta facendo anche per colpa del fatto che il suo uomo non è in grado di dare il giusto spazio al fattore umano. Una prova che la razionalità e importante, ma non basta per capire quello che si può vivere...









