Quel che resta del mélo

10/02/2006 - - di: cinE-motion

James Ivory
di : Adele de Gennaro

Uscito soltanto negli Stati Uniti, arriva ora La contessa bianca di James Ivory, l’ ultimo film prodotto da Ismail Merchant prima della sua scomparsa. Ed è opportuno ricordarlo perché Merchant non era solo un produttore, ma soprattutto l’alter ego di Ivory. Il loro primo incontro, infatti, risale al 1961 e Ivory non ci pensa su due volte: quel giovane indiano è in piena sintonia con la sua visione cinematografica declinata sul confronto tra civiltà diverse e dal loro sodalizio nasce la Merchant Ivory Productions, un marchio di fabbrica che siglerà grandi successi internazionali tra cui Camera con vista e Casa Howard, entrambi vincitori di tre Oscar, e Maurice, Leone d’argento a Venezia nel 1987.

I loro film succhiano linfa vitale alla letteratura inglese e americana (su tutti Henry James e E. M. Forster), ma il cinema di Ivory è anche altro: la civiltà indiana, la famiglia americana, i grandi classici…Una lunga carriera sorretta da collaborazioni importanti, non ultima quella con lo scrittore Kazuo Ishiguro con cui realizza Quel che resta del giorno: da qui in poi anche la critica più severa dovrà ammettere che il cinema di Ivory non è solo virtuosismo stilistico ed eleganza formale.

Ed oggi, dopo oltre dieci anni dalla loro prima collaborazione Ivory e Ishiguro tornano a realizzare un film insieme, una drammatica storia d’amore ambientata nel 1936 a Shangai. La “contessa bianca” del titolo è il nome del locale notturno fondato dal protagonista, un ex diplomatico cieco (Ralph Fiennes) che, nonostante il suo cinismo, finirà con l’innamorarsi di una contessa russa (Natasha Richardson) costretta a lavorare come ballerina per mantenere la famiglia.

Nulla a che vedere con l’ultimo film di Ivory, Le divorce, la frizzante e modernissima commedia interpretata pochi anni fa da Naomi Watts e Kate Hudson. Con La contessa bianca siamo in piena area mélo: amore e guerra, disperazione e happy end, fotografia impeccabile e paesaggi da sogno, ma al di là di qualsiasi riserva l’eleganza stilistica di Ivory rimane indiscutibile, degna di un maestro. E nel cast, tra l’altro, risplende come al solito una grande Vanessa Redgrave.

La contessa bianca è il suo primo film girato in Cina: cosa l’ha spinta a raccontare una storia d’amore ambientata a Shangai?
La storia è nata in maniera un po’ strana. Dopo aver girato Quel che resta del giorno è nato un rapporto di collaborazione molto stretto con Kazuo Ishiguro e in seguito gli ho proposto un adattamento di un romanzo giapponese, Diario di un vecchio pazzo, chiedendogli di scrivere la sceneggiatura. Successivamente, però, Ishiguro si è stancato di questa storia e cambiato l’adattamento scrivendo una sceneggiatura completamente diversa, una storia ambientata a Shangai. Dopo aver letto la prima stesura gli ho chiesto di riscrivere la sceneggiatura e, arrivati alla ottava stesura, è riuscito a convincermi, soprattutto perché si trattava di un film molto diverso da quelli realizzati fino ad allora. Non avrei mai immaginato di girare in Cina, ma alla fine la sceneggiatura di Ishiguro mi ha convinto pienamente.

Esistono degli elementi in comune rispetto al progetto originario?
Sì, direi di sì. Nell’adattamento del diario del vecchio matto il protagonista aveva un profondo senso estetico, era continuamente alla ricerca della perfezione proprio come Jackson, il protagonista de La contessa bianca. Il tratto comune tra i due personaggi, perciò, è sicuramente la loro ricerca estetica.

Il film si svolge nel 1936, alla vigilia dell’invasione giapponese: come mai avete scelto proprio questo periodo storico?
La seconda guerra mondiale è molto importante per Ishiguro, ma anch’io mi sono sentito molto a mio agio nel trattare quest’argomento: ci sono stati molti film sulla guerra, ma di questi solo alcuni hanno raccontato davvero cosa succedeva nel Pacifico. Dell’invasione giapponese in Cina, insomma, non si è parlato molto.

Il protagonista interpretato da Ralph Phiennes potrebbe ricordare in qualche modo Humphrey Bogart in Casablanca?
E’ un’osservazione che mi è stata fatta dalla stampa americana: negli Usa molti critici hanno visto nel mio film un omaggio a Casablanca, ma non era affatto mia intenzione. Se c’è qualcuno che può essere stato inflenzato da questo film è Ishiguro, lui è stato sempre appassionato di vecchi film. Tra l’altro quando ho visto Casablanca avevo solo quindici anni, ma poi l’ho dimenticato in fretta.

Quali sono state le difficolta che ha incontrato nel raffigurare un affresco della Shangai negli anni Trenta?
Non poche, anche perché volevamo evitare di cedere ai soliti luoghi comuni. Abbiamo dovuto ricostruirla reinventandola secondo le nostre possibilità: il “quartiere del piacere”, ad esempio è stato interamente ricostruito ex novo. Una delle cose più difficili, comunque, è stata la varietà delle lingue. Chi parlava il cantonese, chi il mandarino, chi il dialetto di Shangai… Tutto questo ha comportato molte difficoltà: una semplice richiesta del tipo “sposta quella sedia” andava tradotto in più lingue creando non solo rallentamenti, ma anche episodi veramente comici. E non solo. Nella troupe avevamo anche alcuni francesi per cui bisognava pensare anche a tradurre dall’inglese al francese, una babele linguistica non semplice da superare.


Jackson, il protagonista, è un ex-diplomatico cieco ma è evidente che la sua cecità sia una chiave di lettura del film…
Indubbiamente, in un certo senso è una metafora che descrive l’atteggiamento di tutti coloro che si rifiutavano di vedere quello che stava succedendo intorno a loro, un atteggiamento che riguarda anche noi, la nostra società. Certo, se Jackson non fosse stato cieco, il film sarebbe stato sicuramente più veloce e sarebbe durato di meno… L’idea di renderlo non vedente, in realtà, è dello stesso protagonista. Quando Ralph Fiennes ha letto la sceneggiatura, mi ha confessato che la storia gli piaceva molto ma allo stesso tempo sentiva che al suo personaggio mancava qualcosa, aveva bisogno di qualche elemento aggiuntivo. Successivamente ho incontrato un mio amico, uno scrittore non vedente, e dalle sue osservazioni sulle difficoltà che era costretto ad affrontare ogni giorno è nata l’idea di rendere cieco il personaggio di Jackson. Anche Ishiguro è stato d’accordo, così abbiamo sviluppato quest’idea e l’abbiamo inserita nella sceneggiatura.

Oltre Ralph Fiennes, il cast comprende anche Natasha Richardson e sua madre, Vanessa Redgrave. Com è stato il rapporto con loro?
Le conosco entrambe da tanti anni, con Vanessa avevo già lavorato in precedenza per cui ho iniziato a seguire Natasha fin da bambina. Sono molto soddisfatto delle loro interpretazioni, entrambe hanno un’ autentica anima russa e le voglio ringraziare anche da parte di Ismail per l’ottimo lavoro svolto.

Per questo film ha scelto come direttore della fotografia Chrystopher Doyle, nome di spicco del cinema d’azione cinese e dei film d’essai occidentali. Come è nata questa collaborazione?
Doyle non è stata la prima scelta, a dire il vero avevo pensato a Tony Pierce-Roberts con cui avevo già fatto diversi film, ma in quel periodo si era fatto male ad una caviglia e aveva bisogno di vari controlli medici. E’ stato lui stesso a suggerirmi Doyle e alla fine si è rivelato un ottio consiglio.

Uno dei titoli più importanti della sua carriera è Camera con vista, tre premi Oscar nel 1985. Dal suo punto di vista era più facile realizzare un film di successo vent’anni fa oppure oggi?
Camera con vista
è stato quasi un incidente, non ci credevamo neanche noi. Il successo è arrivato inaspettato, non avevamo certo previsto gli Oscar… E’ sempre difficile capire se un film può avere successo oppure no ma è chiaro che un regista ci spera sempre. Per qualsiasi film, almeno per quel che riguarda me, c’è sempre lo stesso impegno e la stessa passione, ma alla fine il destino di un film sfugge a qualsiasi controllo.

Secondo lei esiste oggi una Shangai del Duemila, una citta in preda all’ansia e alla voglia di fuga?
Potrebbe essere qualsiasi città del vicino Oriente, in particolare le città musulmane. Sono queste, oggi, a correre il rischio di diventare una nuova Shangai.



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