Terra di Confine - Open Range

07/03/2004 - - di: cinE-motion

Titolo originale: Open Range
Regia: Kevin Costner
Sceneggiatura: Craig Storper
Interpreti: Kevin Costner, Robert Duvall, Annette Bening, Michael Gambon
Durata: 132'
Montaggio: Michael J. Duthie
Musiche: Michael Kamen
Scenografia: Gae Buckley
Fotografia: James Muro
Paese, Anno: Usa, 2003
Distribuzione: Medusa
Medusa

All’inizio erano i selvaggi pellerossa: Tom Mix e, più tardi, John Wayne proteggevano coraggiosi coloni timorati di dio nel loro viaggio di conquista ed evangelizzazione verso ovest. Tamburi di guerra, facce truci, scalpi sanguinanti e vergini bionde come il grano violentate. Poi sono arrivati gli anni ’70 ed il western è cambiato, il mito della frontiera ha cominciato a scricchiolare di fronte a pellicole più "problematiche" come Soldato Blu, Piccolo grande uomo, Missouri, La Notte Brava del soldato Jonathan, ecc… e non è stato più possibile tornare indietro: la prateria non era più il teatro di gesta eroiche dell’uomo bianco, ma, più spesso, il porto franco di gente sordida e disperata, l’ultima speranza di anime perdute, il rifugio di violenti e psicopatici. In tempi recenti il grande Eastwood ha osato ripercorrere i polverosi sentieri del west con due pellicole strordinarie, Il cavaliere pallido e Gli spietati, capitoli definitivi, crepuscolari, intrisi di nostalgica tristezza.

E di botto, fuori tempo massimo, come se niente fosse successo, Kevin "Valleverde" Costner riesuma la salma crivellata di proiettili del western anni ’50. Integralista della frontiera, l’anziano testimonial di scarpe ortopediche realizza un super-ortodosso vademecum del cow-boy, melenso e di un’ingenuità a tratti commovente. Qualche critico di chiara fama, di smisurata cultura e, soprattutto, di età avanzata, ha salutato questa terrificante boiata come un favoloso ritorno al western classico.

In realtà Costner fa piazza pulita di 50 anni di evoluzione di un genere cinematografico, di cui utilizza le sole forme, i grandi spazi, la cittadina di frontiera, il saloon, ecc…, per mettere in scena una vicenda vista e prevista, sorvolando su psicologie e nodi narrativi e rifugiandosi vigliaccamente nello stereotipo più superficiale. Non è più il momento dei dubbi, né della riflessione: i buoni sono buoni e belli, i cattivi sono cattivi e deformi, vecchi, grassi, guerci e storti. I buoni: se giovani maturano, se maturi si accasano, se vecchi rincoglioniscono dignitosamente. I cattivi: muoiono ammazzati. Ecco qua, più di due interminabili ore in attesa dello scontro finale, in uno stillicidio di stucchevoli banalità, accompagnati da personaggi tagliati con l’accetta: Duvall burbero dal cuore d’oro, Costner taciturno e tenebroso, Bening rinsecchita vestita da Holly-Hobbie.

Alla fine pim pum pam, e si scopre che Costner nasconde un oscuro passato da pistolero (sorpresa in sala!), ma l’agonia è ancora lunga: ci vogliono almeno un paio di falsi finali, una tonnellata di melassa ed un’inevitabile ralenti prima di abbandonare la sala gridando: ’A ridatece Clint!!



a cura di Giovanni Romani


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