The Final Cut
Regia: Omar Naim
Sceneggiatura: Omar Naim
Interpreti: Robin Williams (Alan Hakman), Mira Sorvino (Delila), James Caviezel (Fletcher)
Durata: 105 min.
Montaggio: Dede Allen
Musiche: Brian Tyler
Fotografia: Tak Fujimoto
Paese, Anno: Canada, Germania, 2005
Produzione: Lions Gate Films Inc., Final Cut Productions, Cinerenta Medienbeteiligungs
Distribuzione: Eagle Pictures (2005)
In un film del 1980, La Morte in diretta di Bertrand Tavernier, un giovane e disorientato Harvey Keitel aveva una telecamera montata all’interno dell’occhio e tutto ciò che vedeva veniva ripreso. Il film era una critica ante-litteram al cinismo delle immaginati di morte riprese dal vero, e l’aspetto interessante era proprio la figura del cameraman come soggettiva perenne sul mondo esterno. Final Cut (che significa taglio del negativo, cioè la fase principale del montaggio) riprende l’idea delle immagini in diretta, in direzione fantascientifica (con un componente bio-elettronico trapiantato nel cervello), e soprattutto la rovescia: il soggetto che riprende il mondo non è una sorta di cameraman esterno, ma rappresenterebbe se stesso, ovvero le immagini che vede sarebbero la testimonianza di tutta la sua vita.
Il gioco è curioso però astratto: se vediamo un filmato di famiglia (e qui si tratta proprio del filmato di famiglia esteso a tutti gli incontri del soggetto, con e senza la famiglia vera) ripreso, ad esempio, da nostro padre quando eravamo ragazzi, quel che vediamo siamo noi, non lui, cioè nulla ci restituisce l’immagine e il ricordo di lui, se non in maniera molto traslata e per nulla immediata. Nel film invece, tutti trattano questa modalità come se fosse rappresentativa della persona che vede e che sente, come se gli altri, una volta visto il filmato, si sentissero come si sentiva lui quando faceva le riprese, si identificassero con il soggetto-operatore.
Tutto questo complica, nel senso che finge inutilmente un’innaturalità, un film dotato di una sua personalità, seppur girato da un regista appena ventiseienne, e di una consistenza visiva non ingenua. Il futuro rappresentato è un presente vintage, sullo stile di Gattaca (la fotografia imita molto il film di Andrew Niccol, e comunque è realizzata da una firma prestigiosa, lo stesso direttore della fotografia del Sesto senso e The Manchurian Candidate) dove i computer sono di legno, le chiese e il culto dei morti sono stati trasformati da templi dove si pratica una sorta di rilettura della vita trascorsa mediante il film rappresentativo della vita stessa, e la società è divisa in montatori, che detengono il potere dell’immagine, e punk che utilizzano tatuaggi tecnologici per annullare gli effetti del chip trapiantato.
Uno strano conflitto tra categorie oggi non fondatrici, che comunque assume una sua efficacia nella prospettiva sociale descritta, fondata sull’immagine, su un’immagine spenta, mortifera, deviata ma con la fragranza di un mobile di antiquariato.
a cura di Paolo Marocco
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