Enron – L'economia della truffa
Regia: Alex Gibney
Sceneggiatura: Alex Gibney con Bethany McLean e Peter Elkind
Interpreti: John Beard, Jim Chanos, Joseph Dunn, Max Eberts con la voce narrante di Peter Coyote
Durata: 110'
Montaggio: Alison Ellwood
Musiche: Matt Hauser
Fotografia: Maryse Alberti
Paese, Anno: Usa, 2003
Produzione: Alex Gibney, Jason Kliot, Alison Ellwood per Hdnet Films, Jigsaw Productions
Distribuzione: Mikado
Trama
Il documentario ripercorre i sedici anni di storia della Enron Corporation, che tra il 1985 e il 2001 creò un impero nella compravendita di energia e sui mercati finanziari: ma le irregolarità contabili e la spregiudicatezza degli uomini che la diressero l’hanno portata a configurarsi come la più grande truffa della storia economica mondiale. Accertata in sede preliminare una gran parte delle responsabilità, la battaglia legale è ancora in corso nelle aule d’oltreoceano.Recensione
Il film è la ricostruzione delle sporche vicende che hanno portato alla bancarotta, due mesi dopo il crollo delle Twin Towers, la multimilionaria Enron Corporation. Presentato all’ultimo Sundance film festival, tratto dal bestseller The Smartest Guys in the Room opera dei giornalisti di “Fortune” Bethany McLean e Peter Elkind, il film è da questi sceneggiato insieme al regista Alex Gibney, già autore nel 2002 per la BBC di un lavoro applaudito e “scomodo” come The trials of Henry Kissinger.
Eppure, di fronte al distacco ed alla freddezza che regia e montaggio finiscono forse involontariamente di creare, si può ammettere che questo Enron è un buon documentario solo a patto che si considerino parte integrante del progetto alcuni particolari elementi. Dopo un incipit quasi mistico, la prima parte del film è infatti costruita con brevi sequenze di fiction, lunghe carrellate sui grattacieli della società e numerose interviste ad alcuni degli attori, dei componenti stessi della Enron. Questi ultimi, e poi via via tutti gli altri volti che compaiono sullo schermo si assomigliano ambiguamente nelle loro pose più o meno liftate, più o meno di cera e da recita, che mostrano una facilità eccessiva nello stare davanti a una telecamera e un’inequivocabile felicità di aver partecipato a una vicenda tanto eclatante da poterla raccontarla in un film.
Allora il documentario è davvero riuscito se nelle sue intenzioni era compreso il ritratto alquanto spietato di queste diverse generazioni di yuppie, business man and women, non tutti pentiti. E se non era proprio così, lo spettatore si senta pure libero di andre oltre gli intenti degli autori e riflettere a tutto campo sulle derive della società americana, e non solo.
Detto questo, la parabola della Enron ha dell’inimmaginabile, e lo straniamento che il film in parte procura è anche un risultato della difficoltà d’accettare i semplici calcoli, la logica del profitto a tutti i costi con cui intere lobbies hanno agito per anni indisturbate. La Enron nacque nel 1985 per iniziativa del suo padre padrone Ken Lay e il documentario ripercorre l’escalation che in pochi anni la portò a ottenere margini di profitto unici al mondo: dal commercio del gas naturale texano a quello del petrolio su scala mondiale, grazie anche all’amicizia con la famiglia Bush, dai gasdotti alla borsa al mercato di internet.
La vera svolta per la società fu però il via libera al sistema di contabilità “mark to market”, che consente previsioni di bilancio “rappresentative delle condizioni di mercato” facilmente manipolabili col beneplacito di analisti prezzolati. Insieme a queste, a traghettare l’ingresso dell’azienda nella new economy, Lay scelse Jeff Skilling, un visionario assunto col compito di far ininterrottamente salire con le buone o le cattive le azioni della Enron.
A ribadire quanto detto sopra sull’insana predisposizione allo spettacolo dei protagonisti di questi fattacci sono i filmati originali che puntellano tutto il documentario. Skilling, all’apparenza un americano medio sovrappeso e occhialuto, ama il rischio in ogni ambito della sua vita e organizza coi colleghi più spregiudicati raduni di motocross e attraversate di deserti interamente filmate. A questo genere di materiale si sommano gli allucinanti video aziendali degli incontri motivazionali rivolti da Lay e Skilling ai propri impiegati, spesso conditi da perle come uno sketch parodico del mark to market interpretato dallo stesso Lay che scherza sui “fantamiliardi” che il sistema gli permette di intascare.
In questo clima delirante, del tutto usuale nelle grandi società americane, Skilling orchestrava più o meno lucidamente il finto lancio di una nuova tecnologia a banda larga, poi quello di rivoluzionari sistemi di controllo del meteo e clima, e infine la serie di blackout che nel 2000 mise in ginocchio la California per far rialzare i prezzi dell’energia e quindi le azioni della Enron e delle società ad essa collegate. Mentre Lay convinceva Schwarzenegger a candidarsi al posto di governatore dello stato... Crollato il castello di carte alla fine del 2001, la Enron precipitò nella sua bancarotta decine di migliaia di azionisti e impiegati, reclamanti giustizia nel processo che inizierà nel gennaio 2006.
Ancora da chiarire, e il documentario non si spinge fino in fondo in questa strada, le responsabilità dell’amministrazione Bush e delle più grandi banche di tutto il mondo, che appoggiarono la Enron fino all’ultimo, e le inquietanti analogie con molte altre grandi corporation gonfiatesi negli ultimi anni: c’è da sperare che l’esempio serva a qualcosa…
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